STRUMENTI ECONOMICI E FINANZIARI ECONOMIA CIRCOLARE

Lo sviluppo dell’economia circolare deve riguardare tanto il miglioramento dell’efficienza nelle produzioni, quanto il cambiamento dei modelli di consumo. È quindi necessario intervenire sulle tipologie e modalità di consumo e sui comportamenti dei consumatori, anche affrontando questioni generali come il concetto di benessere, i modelli culturali, l’etica. La modifica dei comportamenti e delle scelte personali è un tema molto difficile da affrontare, perché ha a che fare con una molteplicità di sensibilità, bisogni, esigenze e desideri, priorità, abitudini, luoghi di vita, storie personali. Tuttavia, non si può prescindere dalla necessità di fare acquisire maggiore consapevolezza alle persone per meglio comprendere le ricadute che una determinata scelta di acquisto o determinati comportamenti provocano sull’ambiente e sull’economia.

 

Pertanto, è necessario elaborare un “Piano nazionale di educazione e comunicazione ambientale”, declinato localmente che, partendo dalle scuole dell’obbligo fino ad arrivare alle famiglie, contribuisca a formare una generazione di cittadini critici, consapevoli e informati in grado di decidere consapevolmente e incidere con le loro scelte sui vari meccanismi economico-produttivi e sociali del paese.

I temi da affrontare devono riguardare sia comportamenti su questioni specifiche più o meno semplici come la raccolta differenziata, l’utilizzo di apparati e apparecchiature, l’attenzione agli sprechi (in particolare quelli alimentari), sia questioni culturali più complesse come:

  • preferire la condivisione e il possesso piuttosto che la proprietà di alcuni beni,
  • avere atteggiamenti responsabili ed informati nei consumi (sia quelli materiali che quelli immateriali),
  • cercare di riparare i prodotti per quanto possibile invece che sostituirli.

 

Le famiglie possono giocare un ruolo importante se sono in grado di discriminare tra prodotti e servizi simili privilegiando, anche magari ad un costo leggermente più alto, prodotti di qualità migliore ovvero con un minore impatto sull’ambiente, rinunciando a soddisfare bisogni primari al prezzo più basso, anche eventualmente acquistando beni importati e/o prodotti rispetto ad una legislazione meno severa in tema ambientale e con una minore tutela del lavoro.

Naturalmente, per permettere che ciò avvenga, oltre ad un lavoro sull’educazione ambientale, è particolarmente utile svolgere una serie di azioni nel campo della comunicazione ambientale e normativo; tra queste si segnala la necessità di:

  • combattere la pubblicità ingannevole,
  • promuovere la conoscenza e l’uso dei marchi riconosciuti, sia per quanto riguarda gli aspetti ambientali che per quanto riguarda gli aspetti sociali. Di particolare utilità sono soprattutto i marchi di Tipo I (come l’Ecolabel europeo), che non richiede particolari competenze da parte dei consumatori,
  • incentivare, anche fiscalmente, le attività di riparazione e quelle che mettono in condivisione prodotti e servizi

Guidare i sistemi nazionali verso la circolarità dei processi economici

 

Lo studio OCSE “Policy Guidance on Resource Efficiency” identifica una serie di strumenti per guidare i sistemi nazionali verso la circolarità dei processi economici. A seconda della fase del processo di produzione – distribuzione – consumo – post-consumo sono analizzati e caratterizzati:

  • strumenti regolatori (Command&Control) quali restrizioni o divieti di estrazione e di consumo, standard di performance o tecnologici, standard per materiali riciclati, divieti o restrizioni di smaltimento in discarica,
  • strumenti economici quali tasse su materiali vergini o prodotti o attività di smaltimento e incenerimento dei rifiuti, schemi di “vuoto a rendere”, tasse differenziate sulla base del contenuto di prodotto riciclato, sostegno pubblico alla creazione di processi di simbiosi industriale,
  • schemi di certificazione ed etichettatura, per rafforzare l’immagine del prodotto e dell’azienda, rendendo più verificabile la tracciabilità del processo produttivo,
  • sistemi di gestione ambientale, per la standardizzazione e la gestione delle diverse fasi del processo produttivo ivi incluse le informazioni sulla provenienza delle materie prime, la gestione degli scarti e la quota di utilizzo delle materie prime seconde.

 

Nel primo caso (strumenti di regolazione) è garantita l’efficacia ambientale ma non necessariamente l’efficienza economica, viceversa nel secondo caso (strumenti economici); gli strumenti volontari (certificazione e sistemi di gestione ambientale) spesso non riescono a garantire le intenzioni, pur pregevoli.

 

Qualunque sia il mix di strumenti incentivanti adottato, è essenziale considerare i seguenti aspetti: efficacia ambientale, efficienza economica, incentivo all’innovazione, costi amministrativi di adempimento per imprese e pubblica amministrazione, impatti redistributivi e sulla competitività

 

Un nuovo concetto di valore

 

La teoria economica riconosce una serie di fallimenti del mercato laddove l’equilibrio tra quantità domandata ed offerta determinato dal prezzo non coincida con l’ottimo socialmente desiderabile. Uno dei casi più emblematici è quello delle esternalità ambientali negative, generate dal fatto che chi produce un impatto ambientale sulla collettività, anche non intenzionalmente, non ne sostiene l’intero costo. Tali esternalità possono essere di due tipi, connesse sia all’eccessivo utilizzo di materie prime, che alla gestione dei beni alla fine  della fase di consumo nonché agli impatti legati alla fase di produzione come le emissioni in atmosfera e gli scarichi idrici.

Il rapporto “Finanziare il Futuro – Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile” (MATTM&UN Environment, 2017), riporta che “la mancata attribuzione di un prezzo alle esternalità ambientali” ed il “limitato accesso ai mercati finanziari, specialmente per le PMI” rappresentano alcuni dei fattori che ostacolano il processo di trasformazione dell’economia italiana in senso sostenibile. Lo stesso rapporto indica una serie di azioni per la rimozione degli ostacoli e il sostegno alla transizione verso forme di produzione sostenibili, incluse l’innovazione finanziaria (es. obbligazioni verdi) e la maggiore trasparenza sui mercati (rendicontazione informazioni non finanziarie delle imprese).

In particolare, si può intervenire con diversi strumenti per ripristinare l’equilibrio tra domanda e offerta “internalizzando” tali costi esterni; provvedimenti come tassazione sulle emissioni di carbonio (carbon tax), sullo smaltimento in discarica (landfill tax), sull’inquinamento in generale (pollution tax) favoriscono la transizione verso tecnologie meno impattanti, promuovendo riuso, recupero e riciclo.

 

Strumenti economici dal lato produzione e dal lato domanda

 

Gli strumenti di natura economica adoperabili per favorire la transizione verso un modello di economia circolare sono molteplici. Essi sono anche classificabili in base al soggetto sul quale ricade la modifica degli incentivi. Le imprese evidentemente rappresentano il principale attore potendo modificare i loro processi produttivi e prodotti in favore di una loro maggiore sostenibilità. Tuttavia, anche i consumatori sono protagonisti del cambiamento, dal momento che l’aumento della domanda di prodotti e servizi compatibili con l’ambiente è un ulteriore incentivo per le imprese a migliorare le proprie prestazioni ambientali.

Gli incentivi alle imprese riguardano principalmente le attività di estrazione di materie prime, ricerca e innovazione, design e produzione. Quelli per le famiglie concernono la fase di consumo. Gli incentivi che favoriscono il riciclo/recupero e scoraggiano lo smaltimento in discarica possono interessare entrambe le categorie.

Vale la pena notare che beni a breve e lungo consumo (ovvero il cui consumo si sviluppi in una sola volta o si prolunghi nel tempo) utilizzati dalle famiglie possono richiedere diverse forme di gestione. Nel primo caso va minimizzata la produzione di rifiuti riducendo gli sprechi (es. cibo) o essi vanno avviati a corrette forme di smaltimento o recupero di energia o materia. Nel secondo caso va adeguatamente incentivato il recupero dei materiali e dei componenti, possedendo gli stessi ancora un forte potenziale economico, attraverso schemi di restituzione dei beni non più desiderati dai consumatori ai produttori/distributori. Ad esempio, alcuni paesi europei hanno promosso iniziative in campo fiscale che incentivano le attività di riparazione dei beni.

La modifica del sistema di incentivazione, in ogni caso, va disegnata in modo tale da essere internamente coerente e dunque senza vanificare gli obiettivi economici, ambientali e sociali. Questo significa che l’intervento del decisore politico non deve indurre le imprese a delocalizzare la produzione verso Paesi con regolamentazione ambientale meno severa, a dismettere unità produttive e/o spostare il problema ambientale da una parte all’altra della catena produttiva.

Inoltre, la graduale eliminazione dei sussidi inefficienti economicamente e dannosi all’ambiente, ormai sollecitata da più parti (Agenda 2030 delle Nazioni Unite, Piano Strategico 2011-2020 della Convenzione sulla Diversità Biologica, Rapporto “Resource Efficiency: Potential and Economic Implications” dell’UNEP-IRP, Comunicati in ambito G7 e G20 anche da parte dei Ministri dell’Economia supportati dalle analisi dell’OCSE, Riesame dell’attuazione delle politiche ambientali italiane da parte della Commissione Europea del Marzo 2017), consentirebbe di ridurre la pressione sull’utilizzo di risorse naturali (in primis i combustibili fossili) e ripristinare maggiore competitività tra le diverse risorse alternative, con maggiore potenziale di penetrazione per le tecnologie più adattabili a forme di riciclo/recupero/riuso.

Lato imprese: L’innovazione tecnologica comporta modifiche delle tecnologie di produzione che passano anche attraverso variazioni dei mix di fattori produttivi; tali tecnologie possono essere stimolate da appropriate leve fiscali. In particolare, il riesame dell’attuazione delle politiche ambientali italiane da parte della Commissione Europea del marzo 2017 suggerisce di trasferire una parte del carico fiscale dal fattore lavoro a quello delle risorse naturali, con la possibilità di ottenere un doppio dividendo, ovvero riduzione dell’impatto ambientale e miglioramento dell’efficienza economica.

Infatti, anche se la tassazione in generale è vista come distorsiva perché altera gli incentivi economici del sistema di libero mercato, considerata la forma più efficiente di allocazione delle risorse, la tassazione ambientale è invece ritenuta correttiva di una pre-esistente distorsione e quindi un modo per limitare l’eccessivo impiego delle risorse naturali.

Il trasferimento di carico fiscale permette altresì di preservare e aumentare i livelli occupazionali, stimolando nel contempo l’innovazione tecnologica.

 

Lato famiglie: Il processo di transizione verso l’economia circolare va promosso sia dal lato “consumo” che dal lato “produzione”. Questo richiede una modifica degli incentivi per i diversi agenti economici. Per quanto riguarda il lato “domanda”, occorre spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi. Limitarsi a questo non è tuttavia sufficiente perché non discrimina tra tipologie di consumi, oltre a poter generare problemi di equità sociale. Il processo di trasferimento di carico fiscale richiede un ulteriore passaggio, ovvero quello di creare un differenziale di tassazione tra consumi “sostenibili” e “non sostenibili”, in base alle caratteristiche del prodotto e del processo produttivo, anche operando, ma non esclusivamente, sulle aliquote IVA. 

 

Inoltre sarebbe opportuno favorire una più ampia diffusione di schemi pay-as-you-throw che, laddove sono stati applicati, hanno dato ottimi risultati facendo lievitare i tassi di riciclo fino a sfiorare il 90% in alcuni comuni come nel caso emblematico di Treviso. Il Decreto del Ministero dell’Ambiente 20 Aprile 2017 definisce i criteri da seguire per l’attuazione di un modello di gestione dei rifiuti basato sulla tariffazione commisurata all’effettivo conferimento dei rifiuti urbani ed assimilati. Anche tornare a schemi di “vuoto a rendere” può rivelarsi utile a ridurre il carico di rifiuti da avviare a riciclo, come previsto in via sperimentale dall’art. 39 della Legge 28 Dicembre 2015, n. 221.

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